Ecco il report del weekend. Di nuovo in ritardo, essendo senza connessione a internet. Stavolta, però, metto le cose in ordine cronologico, quindi Day 1 per cominciare e Day 2 per finire.Solo una nota anacronistica; una riflessione del post-gara: devo rivedere i miei obiettivi. E’ vero che ufficialmente ho detto “Portare a termine la gara”, ma dentro di me, nel profondo del mio culo, ho sempre il “Arrivare tra i primi 100”. E per la terza volta di seguito non ci sono riuscito.
Facciamo un minimo di autoanalisi, Masatomo, prima di passare a parlare della gara vera e propria: un anno e un mese fa circa, al tuo 33esimo anno di vita, cominciavi ad andare in bicicletta. Per tutto l’anno quasi ogni weekend lo passavi su questa o quella discesa, è vero, ma 365 giorni fa il massimo dislivello che conoscevi era quello del cavalcavia Bruno Buozzi, Sesto San Giovanni, provincia di Milano.. Davvero ti aspetti di poter ottenere risultati di un certo tipo? Non sei superman, torna coi piedi per terra.
A fondo post, qualche riga di descrizione delle foto che trovate nel post.
Buona lettura.
DAY 1
Il giorno di prove qui a Pogno è andato.
Arrivati alle 10.30 circa, prendendocela comoda, siamo riusciti a fare due discese a testa su ogni PS. E meno male che la prima e la terza coincidono, altrimenti dubito fortemente che saremmo riusciti a provare. Perché? Perché la risalita della PS1/3 è megagigalunghissima. No, dico, 12km in salita. Ok, non salitona da bava alla bocca, ma pur sempre salita. E vorrei ricordarvi che settimana scorsa non sono riuscito a fare più di una salita per ogni PS.
Al mattino, la PS1/3 è fangazza: nella prima parte le ruote fanno sguish sguish e mi dicono tipo "Ehi, Masatomo, io, ruota davanti, vado a sinistra, lei, ruota dietro, va in diagonale con un'angolazione di 54° opposta alla mia, giusto per". E vai di piede giù per cercare di non andare a terra.
Nonostante tutto, la pista è scorrevole e divertente: alla prima discesa, vuoi perché sono freddo, vuoi perché come sempre alla prima discesa sono un palo, arrivo alla fine con un dolorino agli avambracci. Niente di nuovo. Per contro il ginocchio non duole. Meno male. Vado fuori pista IN UN RETTILINEO e mi aggrappo a un albero per non finire giù da un piccolo dirupo (chiuso da alcuni tronchi, comunque). La bici fortunatamente si appoggia in qualche modo e non finisce giù nemmeno lei. Raccolgo e riparto.
Arrivo giù e mi incontro con Aadm, per portarlo su: è il suo turno.
Scende. Mi racconta i suoi due cappottoni con inclusa legnata col casco a terra. Risaliamo.
Stavolta mi metto dietro a un ragazzo: ho notato l'assenza di protezioni e gli spd, oltre alla posizione in sella, quindi ho pensato "Uhm, questo va". Per un po' riesco a stargli vicino, ma poi comincia a lasciarmi indietro. Fortunatamente arrivano i pezzi in supersalita che spezzano le gambe (con il fango, poi) e quindi rallenta fino a scendere per spingere a mano. Così lo recupero. Questo accade un paio di volte, perché nella parte finale non ci sono pezzi in supersalita. Quindi non lo vedo più finché non arriviamo giù. Nonostante ciò, comunque, c’è un abisso tra la prima discesa e questa e ne sono soddisfatto. Forse forse posso farcela a stare sotto i 10', se non mi fotte il tratto finale tutto pedalato (porco d'un cazzo).

Porto su di nuovo Aadm.
Scende. Risaliamo.
Ci spostiamo sulla PS2.
Purtroppo si può salire solo fino a un certo punto con l'auto, quindi ci tocca pedalare un buon 15' per arrivare alla partenza della prova. E non 15' di pedalata tranquilla. No. In piedi.
Si parte: riesco a scendere bene e la prima sezione me la ricordo. Il ripido del video lo faccio subito, ma non viene come avrei voluto: certo, lo prendo più veloce dell'ultima (unica) volta, ma atterro probabilmente sulle radici o giusto giusto poco oltre. Pazienza. Invece non riesco proprio a trovare la confidenza per fare una mini saltino di legno che vola oltre delle radici con atterraggio in ripido. Chissà se domani mi sentirò di farlo. Secondo me no. Arrivo poi al primo tratto in salita, da superspingere. E mi raggiunge un tizio su una bici xc. "Blabla" e poi ripartiamo. Al tratto in salita successivo scendo a spingere e mi raggiunge di nuovo Mr.Xc. A questo punto lo lascio passare perché da lì in avanti è tutto un su e giù e non vorrei fargli da tappo. Lo seguo a ruota. Ovviamente lui ci sa fare - e io non sono 'sto campione, ovvio - perché devo rallentare solo un pochino per evitare di andargli in culo. L'ho già detto che ha una bici da xc? Ha manico.
La parte finale è tutta un salterellare e dico "Ma sì, esageriamo un po', pompiamo 'sti saltini che anche un bambino lo farebbe". Pompo. Ovviamente la pista va verso destra mentre io svolazzo verso sinistra. Per fortuna atterro. Con qualche goccia di sudore freddo in più sul mio corpo. Pensando "Uhm, magari prima devo ancora prendere confidenza coi salti".
Arrivo giù e sono distrutto ma soprattutto demoralizzato, perché alla terza discesa sono stancarello e domani teoricamente dovrò fare tre discese con TRE SALITE ANNESSE!
Etchù!
Salute!
Facendo due calcoli al volo (si fa per dire perché mi sono scervellato come un Einstein sotto effetto di dopamina imbevuta di aglio), per poter arrivare alla partenza della PS1/3 con almeno 10’ di anticipo, devo viaggiare a 10km/h. Pazzia pura.
Porto su Aadm.
Scende. Risaliamo.

Incontriamo due tizi di Ancona e una volta trovata una scorciatoia che ci evita la parte pedalata per arrivare alla PS2 (shhhh, è un segreto!) scendiamo insieme. Stavolta, nonostante sia la seconda discesa, mi sento meno distrutto di prima, anche se nelle salitine scendo completamente a piedi e spingo tranquillamente a mano. Stavolta pompo un po’ meno i salti, ma mi piace come prendo alcune curve e mi piace che in certi tratti ho smesso di guardare poco oltre la ruota perché quello che c’è sotto la bici è già sotto la bici e quindi meglio guardare cosa c’è più avanti (di questo poi ne riparliamo tra qualche riga). Arrivo alla fine e saluto i due ragazzi.
Porto su Aadm.
Mentre lui scende, mi appisolo in auto ascoltando i Goldfrapp. Dolce riposo. E quando Aadm arriva mi rendo conto che praticamente mi ero addormentato. Confrontiamo i nostri tempi – presi un po’ a caso, a dire la verità - e non differiscono di molto.
Armi e bagagli, verso il nostro bed&breakfast con vista sul lago, ma non prima di aver ritirato il numero (stavolta ho l’87, dato che mi sono iscritto in anticipo rispetto a S.Bartolomeo) e lavato la bicicletta.
Appena Aadm avrà finito, sarà doccia per me, seguita da una bomba di carboidrati con dieci kg di riso e patate e carote bollite. Yummy, che cenetta allettante e squisita che mi aspetta (aggiornamento post cena: credo che questo sia stato uno dei piatti più babbi di minchia che abbia mangiato negli ultimi tempi. Fine aggiornamento). Ma domani devo avere le forze per portare a termine la gara. Anche se ho i miei dubbi: i trasferimenti sono molto (troppo) impegnativi per la mia preparazione.
Staremo a vedere.
Tornando al discorso sul dove guardare quando si è in sella.. è una cosa che ti dicono tutti quando cominci ad andare su due ruote: “Mi raccomando! Guarda davanti a te, non guardare la ruota, perché non serve a niente!” Strano ma vero, le persone che te lo dicono sono persone che vanno in bici già da un po’. Per loro è naturale, un comportamento del genere, ma per una persona che fino a poco prima raggiungeva velocità massime di 16km/h correndo a piedi in una pista di atletica piatta e ovale tutta uguale, guardare 10 metri avanti scendendo a 40km/h tra pietre e radici non è poi così semplice. Quindi, un anno dopo aver cominciato ad andare in bicicletta, nonostante sia mille anni luce dal fare una discesa degna di tale nome, mi sento di poter dare un consiglio ai neofiti – ai più neofiti di me: prendete confidenza col mezzo (e ci vorrà taaaaaaanto tempo), dopodiché vedrete che automaticamente comincerete a guardare più avanti e poi ancora un po’ più avanti. Non si può guardare avanti se non si sa come si comporta la bicicletta tra le gambe; non puoi guardare 10 metri più in là se non sai come una ruota si comporta quando a date velocità incontra questo o quell’ostacolo.
E ora: a thousand times goodnight a tutti.
DAY 2
Comincio il primo trasferimento, quello lungo e noioso, ma con poca pendenza. Dietro consiglio di un altro ciclista, controllo le mie pulsazioni (prendedole per 20” al collo e moltiplicando per 3) e sono intorno ai 150bpm. Dopo 10 minuti in sella. Strano, perché ho un buon ritmo a riposo (circa 55bpm). Saranno i tre litri di caffè e l’emozione di una gara. Il ciclista di cui sopra mi consiglia di stare intorno ai 130. Rallento un po’ e dopo qualche tempo ricontrollo. 150bpm. Vabbè, fanculo, non è che posso andare a 4km/h per mantenere questi battiti. Mi chiede di solito quanti ne ho, gli rispondo che non lo so perché quelle tre volte in vita mia che sono andato a fare giri pedalati di questo tipo (oltre alla gara di S.Bartolomeo) non mi sono preoccupato di controllare. Devo farmi esperienza nel campo, non ce n’è, ma non voglio cominciare con ‘ste cose di controllare i bpm e simili.
Arrivo all’inizio della prova con 10’ di anticipo. Così posso riposare, mangiare un pezzo di crostata e un pezzo di banana (sponsorizzati Superenduro).
PS1

Parto bene, me la pedalo fino alla prima curva (tanto la pista è di un lisciume totale) e poi comincio a guidare. Girello domenicale. Finché si arriva alla salita viscida. Scendo in salto. Cado perché sguiscio tutto. Spingo coi piedi, che sguisciano anche loro e in qualche modo, dopo aver consumato 356 calorie in 10 secondi, arrivo alla fine della salitella. Corro con la bici a lato e le salto sopra al volo.
Scendoscendo.
Niente da raccontare, se non che sorpasso un tizio che mi urla “Vado a sinistra!” e io vado a destra, ringraziando. Poi non capisco se è di nuovo lui, che si è ripreso, o se è qualcun altro partito dopo di me, ma ho la sensazione nella parte finale – quella più stretta del percorso – di avere qualcuno dietro e di sentire un continuo blabla tipo “Eh, ma dai” o simili. Non sento una richiesta diretta di far strada (e anche se la sentissi avrei problemi a farlo passare proprio in quei punti), quindi non mi faccio da parte – che significherebbe andare giù dal burrone – e arriviamo in fondo, dove comincia la parte finale pedalata. Su una gobbetta c’è un gruppo di gente che vuole far foto; dicono “Vai vai, forza!” allora prendo la gobbetta nel punto più alto e faccio il possibile per cercare di fare un saltello: non è facile perché non si arriva in velocità e quindi bisogna pedalare e VOLERLO fare. Spero sia bastato. Passo a lato del commissario che dice “87” alla radiolina e me la prendo comoda prima di passare davanti alla fotocellula, semplicemente perché non la vedo. Boh. Devo ricordarmi che ESISTONO LE FOTOCELLULE E BISOGNA PASSARCI DAVANTI! Mi fermo un attimo e dopo qualche secondo passa quello che penso che mi blablasse dietro poco prima. Non mi era appicciato al culo, quindi forse in verità non era lui che mi blablava o magari ho avuto le allucinazioni sonore e non avevo dietro nessuno. Non lo saprò mai.
Controllo orario e si parte per il secondo trasferimento.
Questo non è lungo, ma in piedi. Praticamente tutte le energie che ho le uso per fare questa risalita. Oltretutto, preso dalla paranoia di non arrivare in tempo, arrivo con 15 minuti di anticipo. In verità, ripensandoci, non ho spinto più del dovuto, perché ho usato il rapporto più agile disponibile, quindi anche volendo non sarei potuto arrivare più tardi rimanendo in sella. Forse avrei potuto risparmiare forze allungando i tratti in cui sono sceso a spingere a mano? Chissà.
PS2
Si comincia pedalando a più non posso perché dopo qualche curva c’è già la prima salitella che butta in una canalina con maledettissima curva stretta in contropendenza in salita. Insomma, la curva sulla quale arrivo tutto sparato e bam, immobile, come nelle sabbie mobili.
Pedalo di nuovo, perché anche il tratto successivo è in salita.
Mi rendo conto che sto spingendo sui pedali, più di quanto dovrei fare per poter avere un minimo di energia residua per la terza prova. Ma non importa: tutta esperienza che non mi servirà a nulla perché la prossima volta farò esattamente la stessa cosa.
La pista inizialmente è abbastanza in discesa, poi però comincia con questi eterni saliscendi e io devo arrendermi alla mia impreparazione, continuando a fermarmi in svariati punti per spingere a piedi. Finché sento qualcuno sopraggiungere da dietro: è un superpedalatore – se la viaggia alquanto in discesa – che lascio passare buttandomi un po’ fuori pista. “Bravo”, mi ringrazia, e continua a scendere. Mi appiccico a lui, ma pian pianino mi lascia indietro, sia per i numerosi colpi di pedale da buttare dentro ogni tot metri, sia perché scende bene. Se non vado errato, dovrebbe essere il numero 89 (partiva due posizioni dopo di me), sono curioso di vedere dove si è posizionato in classifica.
Arrivo in fondo alla prova, decisamente distrutto. Stavolta non c’è il controllo orario, quindi si va direttamente alla partenza della PS3.
Quattro pedalate e tiro fuori dallo zaino una di quelle schifezze chimiche in gel che mandi giù e ti danno energia. Una sorta di doping, dal punto di vista morale, ma in fondo non tanto diverso dal mandarsi giù una lattina di RedBull. Altre quattro pedalata e mi fermo completamente: arrivano i crampi.
Mi rilasso a terra, botte qua e là, stiramenti che stiro davanti e mi viene il crampo dietro; stiro dietro e mi viene il crampo davanti.
Riparto.
Mi fermo di nuovo. Stavolta non mi mollano.
E invece poi si fanno da parte e ricomincio a pedalare.
A metà salita, l’idea di girare la bici e chiudere lì la prova si fa sempre più strada nella mia mente.
A tre quarti di salita, decido definitivamente che non posso abbandonare il colpo, ma non posso nemmeno più pedalare, semplicemente perché non ne sono più in grado.
Quindi scendo a piedi e comincio a spingere la bici.
Mi passa uno, mi passa un altro, mi passa il terzo, quarto, quinto e così via, finché perdo il conto.
Arrivo in cima, nonostante tutto. Con qualcosa come 10 minuti di ritardo sul mio orario di partenza, ma sono arrivato, cazzo.
Ora è tutto in discesa. Sì, col cazzo: maledetta Superenduro, con ‘ste salite buttate in mezzo alla discesa.
PS3

Parto a caso, incollato a un altro ragazzo, che è in orario.
Subito mi rendo conto d’aver fatto una stupidata, perché siamo appiccicati e tagliandomi l'aria gli sto incollato addosso, ma comunque sono in ritardo, perciò non me ne preoccupo nemmeno, ormai l'importante è finire la gara e nient'altro. Quando è il momento di sorpassare, preferisco non farlo: sono sicuro che alla prima salita mi recupererebbe e gli farei da tappo. Perciò quando mi dice “Vai pure” gli rispondo “No, vai tranquillo”.
Arrivo all’ennesima salita, ma stavolta scendo a piedi e facendo molta attenzione a non intralciare eventuali ciclisti, salgo pianin pianino. E proprio verso la fine della salita, ecco che mi sorpassa un ragazzo.
Guardo indietro e non vedendo nessuno riparto.
Alla salita successiva, deja vu: scendo a spingere, lascio passare, riparto.
Poi però diventa tutta discesa e quindi vado.
Raggiungo un tizio e in una curva dove a sinistra vai di sponda e a destra vai su una radiciona, vado a destra perché il tizio va a sinistra.. tagliandogli un po’ la strada lo sorpasso.
Curve qua e curve là, arrivo alla fine.
Spingo a mano nel tratto pianeggiante che porta alla fine della prova, poi risalgo e a microkm/h arrivo verso la fine, dove alcuni compagni del Mitchumm fanno foto. E io ovviamente arrivo in retromarcia, seduto in sella. Niente di più glamour di un ciclista in sella durante una gara di Superenduro.
Di nuovo, il commissario comunica il mio numero e dopo aver fatto uno zigzag mi butto a lato della pista. “Ehi, devi andare fino alla fotocellula”. Cazzo, un’altra volta. Rialzo la bici e la spingo semicorrendo – sono totalmente senza forze – e poco dopo la fotocellula mi sbatto di nuovo a lato, sul prato, distrutto. Rimango lì un po’ di minuti, chiedo alla tizia a che ora ho passato il traguardo, mi da un orario che sfora di circa 5’ sul mio “finish” in tabella. Non so cosa significhi, ma probabilmente che la mia prova non sarà ritenuta valida.
“Però devi andare fino all’arrivo”, mi dice la tipa. “Oh, ah.. capito”.
Rialzo la bici e con una pedalata tipo vecchio novantenne arrivo alla vera fine.
Una tragedia totale.
131° alla prima prova (8'13.46), 117° alla seconda (8'12".34) e 207° alla terza (un terrificante 24'15.95) che fanno 40'41.75 più 9' di penalità, totalizzando quindi 49'41.75 e che mi fanno piazzare 207° nella classifica finale. Su un totale di 215 partecipanti finali.
In pratica in nessuna prova sono riuscito a piazzarmi nemmeno a metà classifica assoluta, ma nemmeno a metà classifica di prova.
Lasciando da parte il discorso discesa un attimo, la preparazione è stata completamente errata e, nonostante fosse la mia seconda gara, non sono riuscito a portarla a termine decentemente. In modo particolare, ho perso numerosi secondi nelle parti in cui c’era da pedalare e il dover scendere a spingere a piedi fa capire quanto ancora sia lontano dal poter terminare una gara nel vero senso della parola, ossia stare in sella dall’inizio alla fine.
Sinceramente non so come fare, ma l’idea che sempre più si fa strada tra i miei pensieri, a questo punto, è quello di aumentare a due le sedute di pedalata settimanale, aumentando il chilometraggio a circa 30km per sessione.
Si comincia martedì, con sveglia prestissimo e giro di 30km, un po' su asfalto, un po' su sterrato.
La tristezza di Milano.
Foto 1: prima dell'inizio della gara. Non si nota molto, ma nel pungo destro ho in mano qualcosa che ricorda un legnetto. Non so perché. Non lo so davvero. Foto di Madre di Giulio (Valfré) per LaBicicletteria.net
Foto 2: parte finale della PS1. Butto giù la bici e la gamba. Azione totalmente inutile perché in quel punto sarebbe stato meglio andare più lento e fare la curva normalmente. Foto di Madre di Giulio (Valfré) per LaBicicletteria.net
Foto 3: boh, foto in action su qualche curva. Stile dinamico, oh yeah. Foto del Mitchumm Team
Foto 4: parte finale della PS3, ero devastato su tratto piano pedalato e avendo visto i ragazzi del Mitchumm Team pronti a scattare la foto, ho pensato "Ma dai, ma che foto mi fate: una gara di Superenduro e io seduto in modalità zombie". Se si vede in questa foto devo averlo anche gesticolato. Foto del Mitchumm Team
Foto 5: fine gara, girovagando con Aadm (per la cronaca: giunto 194° con un ritardo sulla partenza della PS3 contro il mio 207°). Foto di Madre di Giulio (Valfré) per LaBicicletteria.net
resoconto divertente e utile.ciao e grazie.Marin
RispondiElimina...si chiama Valfrè !!! ;-)Bel resoconto, è sempre divertente leggerti!
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