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domenica 8 gennaio 2012

Mai più

Andare in bici va bene, ma quando si esagera, si esagera.

Questa settimana sono stato in sella da lunedì a giovedì (i soliti 20/30km per andare in ufficio), per poi andare a Pogno giovedì (una volta la PS2 e una volta la PS1), a Spina Verde venerdì (3 salite e 3 discese) e sul Canto oggi (una salita da SiM e una da Pontida). E infatti alla seconda risalita sono arrivato, per la prima volta, a formulare un pensiero: "Tra poco sarà tutto finito, dai, non preoccuparti".

Quindi le cose devono cambiare: se proprio devo farmi tre giorni di fila in sella, almeno un giorno infrasettimanale devo andare in ufficio coi mezzi.

Whaddafuck!

Oltretutto riguardando i dati dei passati workout sul Canto, le discese quest'ultima volta sono state meno veloci.. evidentemente la stanchezza si è fatta sentire più di quanto immaginassi.

Qua si possono vedere i dati di oggi:




Paragonati a quelli dell'ultima volta al Canto:


sabato 11 dicembre 2010

Un disastro

A Sanremo, dopo la prima volta un mesetto fa, sarebbe dovuta essere una giornata di discesa molto power (piste decisamente più da DH che da FR come quelle di Finale Ligure, per intenderci). E invece no, è stata un vero disastro.

Per qualche motivo, con Ducci facciamo cinque discese diverse, senza ripeterne una nemmeno una volta, quindi, siccome non sono un mostro in bici, ogni volta è come se fossi alla prima discesa, che per me è alquanto, sempre disastrosa.

Infatti, alla prima ripetizione, ovvero alla sesta discesa, finalmente riesco a mollare un po' i freni. E infatti comincio a rischiare ogni volta. Non capisco perché, ma quando comincio a mollare un po' comincio anche a rischiare a ripetizione. Spero sia un buon segno, ma magari anche no. Purtroppo siamo su una pista decisamente pedalata e con parecchi saliscendi, quindi conta poco. Comincio a raggiungere chi mi sta davanti.

Alla settima idem come sopra, anche se va ancora meglio. Ancora, raggiungo nettamente chi mi sta davanti.

All'ottava mi gaso ma non gasissimo perché ancora una volta raggiungo chi ho davanti e perciò ogni tanto rallenta più del dovuto. Al termine della discesa Fasana - che era dietro - mi si affianca e mi mostra il pollice verso. Mi è stato in culo quasi tutto il tempo. Ho la scusante di quello davanti, ma in verità lui è semplicemente più veloce di me.

Alla nona discesa lo lascio andare avanti, ma la pista evidentemente è più consona a me (prima volta che la facciamo oggi, ma è una pista molto aperta e dritta, quindi si viaggia molto a vista), dopo qualche passaggio entra in crisi e lo passo. Raggiungo un altro e finalmente i due che sin dall'inizio della giornata sapevo di poter passare (non i due Matteo, che sono dei mostri e non avrei mai raggiunto).

Insomma, uno che sa andare in bici deve saper andare in bici, non deve aggrapparsi alla scusa che alla prima discesa va come la merda. Però io in verità alla prima discesa su una pista nuova (anche se due o tre le avevo già fatte un mese fa per me ogni volta è nuova) vado davvero molto cauto perché non so mai cosa c'è dopo.

Una brutta chiusura di stagione, diciamo, così come lo è stata la mia ultima gara fatta (Val di Sole, posizioni arretratissime in classifica) e l'ultima gara che avrei fatto (ritiro per infortunio). In linea col resto, quindi.

Speriamo solo sia una crisi dalla quale uscirò vincente. Lo saprò solo tra qualche mese, quando ricomincerò a girare seriamente.

Forse un'uscita a settimana si sta dimostrando troppo poco, eh?

lunedì 25 ottobre 2010

Guidati da Ducci a San Romolo

Finalmente sono riuscito a girare a San Romolo, con Ducci e Macheda come guide.

I percorsi sono davvero belli e fisici e per l'ennesima volta posso confermare la mia difficoltà nell'affrontare le curve: quando si tratta di passaggi anche rotti ma decisamente dritti, mollo i freni e vado giù in modo deciso, con pompate e saltini e saltelli per evitare questo o quell'ostacolo. Nel momento in cui invece devo entrare in una curva, anche con appoggio, allora ecco che le dita si attaccano ai freni e che comincio a perdere terreno.

Nonostante ciò, mi sono divertito parecchio, soprattutto sulla DH, anche se il drop che butta nella seconda parte della pista l'ho fatto solo una volta: data l'altezza e la velocità infima a cui l'ho preso, ho buttato esageratamente il peso indietro per evitare l'impunto, quindi nel momento in cui sono atterrato l'anteriore era totalmente scarico e ho perso il controllo della bici. Il fatto che subito dopo l'atterraggio ci fosse una sorta di piccolo droppettino ha peggiorato il tutto e non so come sia riuscito a stare in sella.

In uno dei lunghi trasferimenti su asfalto tutto in discesa ho potuto finalmente provare l'ebbrezza di un manual che si possa chiamare tale, dato che la velocità veniva mantenuta dalla discesa stessa e io mi dovevo solo preoccupare di bilanciarmi e andare dritto (assicuro che a volte non è facile, con la bici che mi pende da un lato o dall'altro). Mi sono decisamente gasato e mi sono pure sentito figo. Tranne quando, in uno dei tentativi, la bici mi è andata verso destra vicino al guardrail e per evitarlo l'ho buttato giù con la ruota storta, quasi cadendo.

Peccato non avere discese in cui esercitarlo qua a Milano - potrebbe essere meglio così, dato che per tenerla in piedi dovrò lavorare tantissimo di gambe, mentre in discesa sembra si possa andare molto di freno. Vorrei anche cominciare a capire come riuscire a usarlo durante la discesa, perché ho provato a mettercelo dentro in alcuni punti (ad esempio su due dossi uno dietro l'altro), ma non ho assolutamente chiaro in testa quale possa essere il movimento per ottenere il risultato voluto.

Tirando le somme, curve e in generale sfiducia sulla tenuta delle gomme mi mandano decisamente in crisi, mentre il rotto mi gasa. In pratica ho ancora profonde lacune tecniche. Oltre al fatto che, ripensando alla mia guida, ho come la sensazione di tenere troppo il peso indietro.

p.s. nonostante avessi la pressione di 2.0 al posteriore sono riuscito o a forare o a pizzicare (devo ancora guardare cos'ha provocato lo sgonfiamento della ruota) durante l'ultima discesa. Se dovessi aver forato, allora la pressione dovrebbe andare bene lo stesso; se invece dovessi aver pizzicato, dovrò portare la pressione a 2.5, però già so che avrò problemi perché sulla DH Uomini ne ho avuti con quella pressione. Incrocio le dita e spero d'aver forato.

sabato 16 ottobre 2010

Tamaro in solitaria

Il Tamaro è decisamente impegnativo: ho avuto bisogno di quattro discese (più una freeride) per riuscire a ingranare alla quinta (seguita poi da un'altra freeride).

Oltre a ciò, il mio approccio è completamente cambiato: non sono più assatanato tipo "MINCHIADEVODEVODEVO", ma mi sono decisamente rilassato. Ho pure scoperto che se mi ranicchio sulla bici le curve mi vengono decisamente meglio! No, non ho detto bene, ho detto meglio.

Lo step-down iniziale, ormai, è roba mia, anche se non al 100%: evito sempre di farlo alla prima discesa e a quelle successive non necessariamente lo faccio ogni volta, ma in linea di massima almeno un paio di volte me lo faccio. Che poi mi vada a pacco l'ammo quando atterro sulle piastrelle e che combatta come un dannato per mantenere la bici in pista una volta atterrato è un altro discorso.

Per la prima volta mi sono lanciato sul primo doppio, prendendolo però di traverso, in modo da non doverlo fare a cannone per poterlo chiudere. Non è affatto corto e ho proprio bisogno di qualcuno che mi dia la velocità giusta. Il secondo, invece, ho provato, per la prima volta, a chiuderlo con un minimo di convinzione e ci sono quasi riuscito. Devo essere ancora più convinto e mollare del tutto i freni nel pezzo antecedente.

Sulla DH le prime tre volte passavo per il rientro nel bosco e dicevo "Mmmm, 'sto lastronea terra mi da problemi", perché ogni volta ho perso il posteriore. Alla quarta infatti mi ha intraversato la bici e ho perso un pedale.. per un po' sono riuscito a tenerla su ma, chi conosce quel pezzo, sa che il ripido è disseminato di rocce, quindi scontato il volo a terra con facciata su una pietra.

Sulla FR, che ho fatto totalmente pezzo per pezzo, mi s'è rigirato il manubrio su una radice e giù per terra.

Girare in solitaria, oltretutto tra nebbia fittafitta e leggera pioggerellina ogni tot fa VERAMENTE CAGARE!

lunedì 13 settembre 2010

Chiusura a Pila (parte 2)

La notte passa normalmente e non fa freddo quanto la sera prima, tanto che a un certo punto mi levo il maglione e rimango in pigiama.

Smontate le tende cominciamo a girare: un po' World Cup, un po' varie freeride. Poi, complice la stanchezza e la deconcentrazione, cominciano le cadute.

Sulla World Cup, chiudo assurdamente una curva - non capisco nemmeno perché abbia fatto una cosa del genere - e vado di testa contro un albero, che schizza corteccia da tutte le parti. Mi siedo a terra un attimo per valutare l'entità del danno (ho preso proprio una bella botta) e ringrazio d'aver comprato un casco da MX.

Riparto, ma ormai sono totalmente deconcentrato: sulla prima pietraia, pochi metri dopo, cerco di prendere la linea più a destra e finisco completamente a sinistra, uscendo di pista contro un ammasso di pietrone e impuntandomi. La bici mi vola al di sopra della testa e io faccio un bel volo. Botte e scorticamenti di qua e di là, ma per fortuna niente di grosso.

Riparto, però in testa ormai mi ronza il "non c'è due senza tre". E infatti nella parte finale della superpietraia ripida faccio una delle cadute più grosse che abbia mai fatto: arrivo troppo veloce e nel tentativo di frenare per evitare di prendere il materassino col manubrio, mi impunto e volo. Letteralmente. Fortunatamente dev'essere un punto in cui spesso la gente cade e infatti il mio volo termina su dei materassini stesi a terra, mentre la bici di nuovo fa un volo di non poco conto. Ancora una volta, il volo è stato coreografico, le ferite molto meno (anche se ho perso entrambe le ginocchiere, che devono essersi sfilate mentre sbattevo di qua e di là).

Pausa pranzo, decisamente.

Nel pomeriggio ricominciamo a girare, ma i miei ritmi sono decisamente diversi, sia per la stanchezza che comunque per le tre cadute. Rifacciamo due volte la WC e il passaggio sulla superpietraia ripida da parte mia è molto, molto lento (ovviamente), ma ci passo comunque perché devo assolutamente passarci.

Mi sono reso conto che in tutt'e tre le cadute la colpa è stata solo mia: nella prima ho stretto assurdamente una curva (senza motivo); nella seconda la deconcentrazione ha avuto il sopravvento; nella terza sono entrato troppo veloce e ho pinzato l'anteriore, impuntandomi.

Devo smettere di fare questi errori. E forse un manubrio da 760 è eccessivo.

Chiusura a Pila (parte 1)

Si arriva a tarda notte a Pila, dove montiamo le tende in temperature a dir poco glaciali: pigiama, calze, maglione e testa completamente chiusa dentro al sacco a pelo mi evitano il congelamento.
 
Dopo aver chiuso gli occhi alle 2 di mattina, ecco le chiacchiere di Andrea e Fasana che mi svegliano alle 7, quindi ben 5 ore di sonno intervallate da continui spostamenti dovuti al dolore alla costola. Ma vabbè, fa tutto parte del gioco, ormai.
 
Ho un manubrio nuovo, dato che ero stufo di tenere le manopole fuori dalla loro sede corretta per avere un manubrio da 750mm, ma scopro che è stato tagliato a 760 anziché 750 e per quanto possa sembrare poco, sento che l'impostazione è differente (sono diversi anche altri parametri, ma non so quanto possano influire). Ci scaldiamo sulla freeride Pila – Aosta, lunga millemila km e ovviamente i miei ritmi sono patetici e il modo di affrontare le curve ancora più patetico. Poi mi ricordo che ho il manubrio nuovo, quindi penso il solito “Vabbè, come sempre, dai, è la prima discesa”, sperando che abituandomi alle nuove misure e riscaldandomi bene poi le cose migliorino.
 
Invece i miei ritmi continuano a rimanere abbastanza bassi, con ormai Andrea e Fasana che mi lasciano indietro. Si aggiunge Stefano, un amico di palestra che condivide la mia stessa passione, così scendiamo un po' insieme e le cose cominciano pian piano a migliorare, finché io e Stefano andiamo a fare un paio di discese per conto nostro. E le cose migliorano decisamente. Quando ribecco poi Andrea e Fasana li invito a farci un'altra World Cup insieme, ma purtroppo la funivia chiude e rimandiamo a domani: ho trovato un paio di linee nella pietraia che mi hanno ampiamente soddisfatto, oltre al fatto d'essere riuscito a chiudere bene il primo step up.
 
In serata, prima di mangiare, abbiamo cominciato a provare a fare manual nel parcheggio e, con mia incredibile sorpresa, sono riuscito a tenerlo su per parecchio tempo, intorno ai 5/6 secondi, che potrebbero non sembrare granché ma per me sono un'eternità.
 
Non riesco più a star dietro ad Andrea e a Fasana, ma almeno mi sono preso una bella soddisfazione riuscendo in qualcosa che pensavo non sarei mai riuscito a portare a casa (anche se in modo ancora così modesto e non in un contesto discesistico).

lunedì 30 agosto 2010

Domenica un po' a casaccio

Dopo una sveglia prestissima, arrivo a Pezzeda, dove incontro Omar, nonostante le nuvole gonfie mi facciano temere il peggio (es. girare sotto la pioggia). Invece il tempo è decente, ma il troncone superiore della seggiovia non funziona. Porca merda, ma con Pezzeda proprio non ci vado d'accordo: l'anno scorso, due su tre pioveva e la terza la il troncone superiore non funzionava.

Fortunatamente c'è un amico di Omar, un certo Gianni, che deve portare un gruppo su su su a fare la FR4 col furgone e ci uniamo a loro.

Là in cima fa freddo, quindi mi scaldo facendo su e giù con la bici in attesa che si preparino tutti. Solo che poi, a mia insaputa, c'è un po' da pedalare in salita. E quindi si pedala.

Cado in salita su della soffice erba. Riparto.

Comincia la discesa, ma a un certo punto rimango da solo e non capisco bene dove debba andare, quindi vado totalmente a caso. Scendo per un pratone e ovviamente finisco con la ruota dentro a un buco, perciò rotolo giù con la bici che mi salta sopra. Vabbè. Mi rialzo e riparto.

Si scende e scende e scende praticamente su una carrabile tutta smossa finché si arriva in mezzo al bosco e lì ci sono un po' di passaggi ostici e affrontandoli tutti per la prima volta, i ritmi sono abbastanza bassi, ma non fa niente. Il problema è che si scende un po' e poi si deve pedalare; si scende un altro po' e poi si deve pedalare di nuovo.

Finiamo poi su un'altra sorta di carrabile, stavolta fatta di lastre di pietra e ciottolato, ovvero il fondo che più odio al mondo e infatti i miei ritmi diventano quasi letargici e me ne fotto di come faccio quelle curve strette su ciottolato, buttando giù la gamba, frenando come un dannato e derapando totalmente via col posteriore.

Arriviamo alla fine e scopro che o aspetto qualcosa come 45 minuti per essere riportato su all'auto, oppure mi faccio 5km in leggera salita (circa 200 metri di dislivello, secondo Google Earth) pedalando. Ovviamente, non avendo pedalato granché di questi ultimi tempi, opto per la seconda e vado su. Come un razzo. Certo, la pendenza non è niente di che, ma il mio ritmo mi spaventa e convinto di scoppiare da un momento all'altro, arrivo su a Collio, dove lavo la bici e torno verso casa.

Una sola discesa, per quanto lunga, intermezzata da tantissimi tratti pedalati/a spinta.

Vabbè, facciamo finta che volevo allenarmi a pedalare.

Finalmente questa settimana riapre la palestra: è un mese che non faccio pesi.

p.s. mi fa male il mignolo sinistro, che ho straspiegazzato sabato alle Betulle, e in generale mi fa male stringere i pugni.. chissà come mai..

sabato 28 agosto 2010

Drop Betulle: ok

E alla fine ho chiuso il drop della Laghetto alle Betulle. Dirò anche "Che cagata".

Insomma, i drop (fino a certe altezze) sono la quintessenza della non-tecnica: arrivi lì, peso indietro, spingi il manubrio in avanti, atterri. Basta. Non c'è nient'altro da fare. Questo delle Betulle è una cagata in particolare perché ha un atterraggio moooooooorbido che non ti sembra nemmeno di aver fatto un salto di anche

Poi ovviamente ci sono i drop quelli power: lì allora non puoi solo andare ignorantemente, ma devi dare la pompatina, devi alzare il davanti e tirar su dietro.. o qualcosa del genere.. ovviamente non ci sono ancora arrivato, a certi livelli.

Comunque sia, giornata alle Betulle terminata con due raggi rotti e due cadute che sinceramente non capisco come siano potute accadere (giuro, non lo capisco!).

La Laghetto è superyeah, solo che ci sono tre passaggi che ancora non sono in grado di fare con scioltezza.

Un giorno, young padawan, un giorno.

E andiamo a farci la pietraia di Pezzeda, in attesa di Commezzadura. Uhm da dum.

domenica 4 luglio 2010

Minchia

No, davvero, minchia.

Sono tornato a casa da un'oretta circa dopo una gita in Svizzera in compagnia di Alex, Enrico (Schadrak), Nico e Sandro.

No, non avete capito.. circa 1300 metri di dislivello tutti di un botto, praticamente senza soste, correndo come dei dannati per cercare di arrivare in tempo. E che non finivano mai.. non un attimo di pausa, praticamente.. devastante.. poi, dopo una rapidissima pausa per mangiare, bici sulle spalle (no, davvero, bici sulle spalle) per salire su 'sta roba pietrosa per altri 300 metri di dislivello.. minchia, ma stiamo scherzando? Il devasto fatto persona.

Però poi siamo arrivati a Cima della Trosa. Ed è cominciata la discesa.

Male.

Sono devastato e confuso come una capra tra le mucche. E cado. Una, due, tre, quattro volte nel giro di qualche centinaio di metri. Sono proprio sfattissimo.

Poi però mi riprendo un pochino e comincio a scendere meglio.

Il percorso è molto freeride, ma dopotutto la giornata è stata tutta freeride, con risalita pedalata e con bici in spalla. Ho qualche problema qua e là, fatico a essere completamente reattivo ma sono comunque soddisfatto, considerata la risalita esagerata.

Tante curve strettissime verso destra, che faccio praticamente a mezzokm/h e con una fatica abnorme.

Non so quanti km di discesa abbiamo fatto, ma sono stati veramente tanti. Ma tanti tanti. Ma tanti tantissimi. Tipo che avremo cominciato a scendere verso le 14.30 e saremo arrivati giù alle 16.30. Certo, ci siamo fermati, ma non importa, è stata tanta discesa lo stesso. Così com'è stata tanta salita.

Ci trasferiamo infine sul lago, dentro il quale ci tuffiamo (con i pantaloni da discesa perché ho dimenticato il costume a casa) congelando fino alle ossa. Però contemporaneamente mi risveglio totalmente.

Che giornata davvero lunga e faticosa. Ma soprattutto che giornata troppo freeride che ci stai dentro, yeah!

lunedì 21 giugno 2010

Girando all'Iron Rock Bike Park, Insubria Bike Festival

Ieri, avendo saltato la gara a Collio, sono andato a Laveno per girare nell'Iron Rock Bike Park.

Spenderò giusto due parole sul park perché è ancora in lavorazione (a detta di chi se ne occupa sono al 30% della realizzazione): le parti lavorate mi sono piaciute tantissimo, con ampi tratti in contropendenza, curve strettissime e ripide, passaggi tra pietre più o meno appuntite.. molto tecnico e guidato, non ci si può deconcentrare. Purtroppo però queste parti compongono solo 1/3 di ogni pista (ne ho provate tre, in compagnia di Paolo Cianci: blu, nera e rossa), con i rimanenti 2/3 su carrabile o addirittura, nel caso della pista blu, su asfalto. La nera, inoltre, al termine della carrabile include pure un lungo tratto da pedalarsi per tornare alla funivia.

Se riusciranno a evitare la carrabile e continueranno a tracciare come sulla rossa o sulla nera, sarà un park veramente tecnico (la rossa si riconnette alla nera a un certo punto, quindi ho fatto metà nera due volte e al secondo giro l'ho trovata veramente fantastica) e di grande scuola.

Parlando invece di me e della mia tecnica, il fatto di aver passato così tanto tempo su di una carrabile mi ha fatto capire un po' perché ho problemi in discesa. Quando ho cominciato ad andare in bici, l'anno scorso, ho cominciato direttamente a fare discesa nel senso stretto del termine, senza passare per cose come le discese XC, il motocross (che accostuma alla velocità e allo scassato) o quant'altro. Diciamo che è come se un neopatentato prendesse una macchina da F1 e cominciasse a girare in una pista.

Scendendo veloce sulla carrabile mi sono reso conto che avevo effettivamente il tempo di pensare a come avrei affrontato la curva, a mettermi nella posizione che ritenevo giusta e a fare la curva in un certo modo. Sono riuscito, quindi, a concentrarmi sulla tecnica perché il percorso era semplice e me lo permetteva.

Ho capito che mi mancano le basi dell'mtb, che ho in un certo senso saltato a pié pari: avrei dovuto prima imparare la tecnica su percorsi semplicissimi (leggi: carrabile) e poi applicarla su percorsi via via più difficili, invece ho fatto il contrario, arrivando a fare percorsi difficili senza alcuna tecnica, soprattutto senza aver preso confidenza con la bici.

Altro problema, poi, è l'usare questa bici solo due volte alla settimana: se con la bici che uso in città impennare e tirare dritto per millemila ore non è un problema, con la Canyon faccio più fatica, viste le geometrie e la posizione in sella completamente differenti. Se la potessi usare più spesso anche solo standoci seduto sopra sono sicuro che la situazione migliorerebbe e che la confidenza che le do aumenterebbe.

Ma amen: questo è quello che posso fare, questo è quello che ho fatto finora, quindi va bene così.

sabato 19 giugno 2010

Salto Collio, scendo Canto

Alla fine la situazione meteo mi ha fatto desistere e ho quindi deciso di saltare la gara a Collio: la pietraia, per me, richiede ancora troppo pelo quando bagnata (lo è già asciutta) e quindi non ho ancora la confidenza necessaria per affrontarla, soprattutto in una gara.

Mi sono perciò buttato sul monte Canto, riuscendo però a fare solo due risalite e due discese, sia perché ho sentito stanchezza che perché vado lì sempre da solo e mi stufo a risalire solo soletto.

Alla prima discesa in configurazione fango - di fango vero e proprio non ce n'è, il terreno è giusto umido in qualche punto e viscido in altri - il Geax Datura al posteriore gonfiato al minimo (2.5 bar) se ne va per i cazzi suoi sin dalla prima curva, che faccio praticamente completamente in drifting (mi chiedo anche come sia riuscito a rimanere in piedi, ma poi la risposta è probabilmente Muddy Mary all'anteriore). Penso d'aver piegato troppo la bici sul terreno un po' viscido ma dentro di me comincio a perdere sicurezza, così, una volta dentro al Kompressor, mi blocco psicologicamente davanti al ripidello dove già mille volte sono passato. "Sgonfio? Ma no, dai" e mi butto giù. Il posteriore non tiene (non sotto il mio culo, perlomeno) così mi fermo e sgonfio. Spero solo di non pizzicare. E va molto, molto meglio.

La prima parte del Kompressor, ancora non mi è chiaro perché, mi mette sempre un po' in soggezione: non è roba complicata, ma ha qualcosa che ogni volta mi spaventa un po'. Dopo il primo pezzo un po' pietroso, mi fermo di nuovo e da 7 scendo a 3 scatti di compressione sulla forcella, perché sono già abbastanza rigido di mio.

Sul secondo pezzo pietroso è un jolly dopo l'altro, perché mollo troppo e non voglio frenare poiché sulle pietre significherebbe finire a terra sicuro. Appena finito il pezzo mi fermo e penso "'sticazzi".

Il fatto di essere solo non aiuta di certo. Quando sono con altre persone mollo di più sia perché c'è un minimo di sfida che perché se dovessi cadere e farmi male avrei qualcuno e in posti del genere - su discese poco frequentate, tipo che oggi non è passato NESSUNO - hai sempre in testa che sei lì tu e la montagna e gli insetti e nient'altro.

Lacune del giorno: la solita curva a destra - uno schifo totale, ma proprio totalissimo. Comunque mi sono accorto che ho proprio cambiato modo di andare in bici, perché mi sono ritrovato a decidere DOVE mettere le ruote e poi effettivamente mettercele. E il bello è che lo decido abbastanza in anticipo rispetto al momento in cui effettivamente arrivo in quel punto. Eppoi sto aumentando la velocità di discesa, altrimenti perché sarei lì del tipo "Oh cazzo, vado troppo veloce, non riesco a fermarmi, CAZZO!!!"? Comunque un'altra lacuna è quella di staccare le ruote dal suolo in situazioni un po' "strette": c'è un passaggio dove subito dopo l'uscita dalla curva si trova un bel gradone. Il fatto d'essere subito dopo una curva (a destra, oltretutto) non aiuta, ma arrivando a una velocità decente credo si possa dare una pompatina, spostare il peso indietro e saltarlo via, solo che bisogna proprio atterrare tra un pietrone e un altro altrimenti sicuro a terra e io non mi sento affatto di farlo. Magari con qualcun altro sì, ma da solo no. Chissà se riuscirò a provarlo entro la stagione (che, col caldo, sta ormai giungendo al termine per quanto riguarda il Canto)? Per oggi entrambe le volte sono arrivato e mi sono cagato e fermato, per poi copiarlo col bash che ha toccato il gradone.

Domani andiamo a Pian delle Betulle. Forse. O Laveno? Boh, deciderò in base ai compagni di discesa.

lunedì 22 febbraio 2010

Quei ripidi metri

Uscita domenicale con Omar. E primo ritorno al Pianeta Terra, dopo aver passato gli ultimi mesi su percorsi non proprio impegnativi.

Sul monte di Adro, si sale chi a spinta (Omar) e chi pedalando (il sottoscritto) su questa gippabile che è un misto tra fango e.. FANGO! Qui, mi informa Omar, spesso e volentieri gira Mattia, la punta del Giangi's team (gran manico). Ed è davvero un bell'allenamento: il percorso, anche se breve, ricorda molto la Laghetto del Pian delle Betulle, ed io ho enormi problemi a scendere, figurarsi a tentare di scendere fluidi.

"La prima volta per me è sempre terribile", mi ripeto, ma la delusione è cocente: dopo aver lasciato Omar km indietro durante la salita pedalata, ora tocca a lui lasciarmi indietro di migliaia di km, in discesa.

Con la depressione che sprizza da tutti i pori del corpo, laviamo le bici e andiamo a mangiare. Già, una singola discesa che lascia l'amaro in bocca.

Al pomeriggio trasferimento su di un altro monte (il cui nome mi è stato chiesto di non divulgare).

La prima parte è riiiiiiipida che a momenti ci si sente Spiderman sull'Empire State Building ed in generale in tutta la discesa, di circa 800 metri, si trova di tutto, tra cui un meraviglioso ciottolato di pietra in contropendenza tutto bagnatello che se freni ti parte la bici in tutte le direzioni e due ripidi, uno su un altro ciottolato di pietra che la bici quasi in verticale e l'altro su scalini che girano verso destra.

Insomma, grande scuola anche qua. Soprattutto la prima parte in piedi.

Scende Omar.
Poi io: terribile. Con incluso una sorta di cappotto alla fine del ripido ciottolato di pietra, con manubrio che mi finisce sull'inguine (ouch) e qualcosa che mi colpisce violentemente il polpaccio destro. Colpa di un'esitazione.
Seconda di Omar.
Seconda mia cronometrata a circa 4'40".
Terza di Omar a 2'53".
Terza mia a 3'41".
Quarta mia a 3'49". Che sarebbe potuta essere un 3'30", forse, se non fosse che a metà percorso i dolori agli avambracci causati dal troppo frenare mi avessero fatto rallentare in tutta la seconda parte e addirittura FERMARE prima dei due ripidi finali.

Insomma, tirando le somme, Omar mi ha lasciato indietro di ALMENO 37" (volendo far finta che l'ultima discesa sarebbe potuta essere un 3'30")

Nota positiva della giornata: essere tornato coi piedi per terra.

C'è tanto da lavorare!

Benvenuti

Mi chiamo Masatomo Ueda.
Masatomo Ueda per gli amici.
Nato il 26 novembre 1976 a Kyoto, Giappone, da padre giapponese e madre italiana.

Dopo due uscite in mtb nel 2003, giocando a quello che faceva XC, l'8 febbraio del 2009, grazie agli amici Giagaz e Bone mi sono seduto su di una bicicletta da freeride.

Ed è esplosa la passione.

Un anno dopo, con una Canyon Torque FR7 (full suspension) ed un Da Bomb Ejector (hardtail), nonostante la poca esperienza e la poca tecnica, galeotte le parole dell'amico Guglio del team Mitchumm, ho deciso di entrare nel mondo delle gare da DH, con puntatine nella Superenduro.

Non come Master, come avrei dovuto fare, visto il livello qualitativo della mia discesa. No, figuriamoci.
Come Elite.. Elite giapponese.
Come atleta straniero del team Mitchumm.

Tutta questione di immagine.. l'immagine del team, si intende, perché i risultati parleranno da soli. O non parleranno affatto. Dipende dai punti di vista.

Questo è il mio diario.

Questo è il diario di un progetto di Elite giapponese.